E' MEGLIO IL PANFILO O LO YACHT?

E poi: chi direbbe mai che Vittorio Gassman ha giocato l'Amleto?
Un articolo di Piero Ottone sull'uso corrente delle parole straniere o delle espressioni copiate da altre lingue.

Le parole straniere sono spesso più efficaci. Basta evitare espressioni insopportabili. Parliamo della lingua italiana. Col passare degli anni si diventa più tolleranti, e tante espressioni che ieri sembravano reprensibili ora sono ammesse. Perché no? È giusto che una lingua si trasformi col tempo, e non c'è niente di male, a mio avviso, se la trasformazione avviene sotto l'influenza di lingue straniere. Tanto più che il giuoco (o dovrei dire gioco, per essere più moderno?) è reciproco, e gli stranieri usano parole nostre. Specie gli americani: che sono i più vivaci, nelle esportazioni come nelle importazioni.
Ci mancherebbe altro se dovessimo sempre parlare di pellicole invece che di film, o di elaboratori elettronici (si chiamano così?) invece che di computer.
Trovo molto irritante il termine panfilo al posto di yacht, e quando avevo facoltà di intervento su ciò che scrivevano i colleghi, lo cancellavo senza pietà. I panfili furono messi in circolazione in tempi di autarchia, commerciale non meno che linguistica; erano i tempi in cui i buoni italiani erano costretti a giocare a ponte invece che a bridge (ma gli italiani ottimi giocavano a scopa o a tresette, più nostrani del bridge, quindi più ben visti dal regime fascista).
Le lingue straniere non sono infette, non diffondono un contagio. Per definire oggetti o meccanismi inventati all'estero è normale che si usino termini coniati all'estero. I jet sono nati altrove: se volevamo chiamarli all'italiana dovevamo inventarli noi. Chi può negare che aereo a reazione sia espressione macchinosa e scomoda? Il termine straniero, in questo come in altri casi, si impone per la sua brevità. Se si dice jet set o bon ton, chic o à la page, si sa subito di che cosa si parla. È necessario arrovellarsi per trovare gli equivalenti italiani? Consoliamoci: la pizza è chiamata pizza in tutto il mondo. Vi sono casi, d'altra parte, in cui il vocabolo italiano ha sostituito quello straniero senza sforzo. In un passato ormai lontano chi guidava l'auto per mestiere era chiamato chauffeur. Poi si è introdotto autista. Lì per lì veniva un po' da ridere; qualcuno ricordò che il termine aveva una valenza medica. Ma ci si è abituati rapidamente a usarlo: niente da obiettare. Oggi, chauffeur è scomparso.
Lasciamo che tutto avvenga in modo spontaneo: siamo liberali. Però ho anch'io le mie debolezze, e c'è qualcosa che proprio non mi va giù.
Eccolo: giocare un ruolo invece di recitare una parte. Quella mi sembra, lo confesso, un'espressione orrida. In francese, jouer vuol dire giocare, ma significa anche recitare, suonare; lo si usa per gli attori sul palcoscenico, per i pianisti alla tastiera (anche in inglese, NdR). In italiano, giocare è giocare. Si può giocare a carte, al pallone, d'azzardo; ma chi direbbe mai che Vittorio Gassman ha giocato l'Amleto? Nessuno: perché in italiano giocare non si adopera nel senso di recitare. Tranne che in quell'espressione da me odiata: giocare un ruolo. La odio perché mi sembra saccente: un tentativo, fallito, di parlare con eleganza.