Peccati di pronuncia

Anche le presidenziali americane 2004 sono state occasione per misurare quanto diffuso e grottesco sia lo scimmiottamento che le televisioni italiane fanno dell'inglese

di Vittorio Zucconi

Ora che finalmente abbiamo superato le elezioni presidenziali e sappiamo tutto su come gli americani eleggano la First Lady (e uno), potremmo probabilmente superare anche un esamino di lingua inglese e ottenere un certificato di "fluency" (e due), di padronanza della lingua. Per settimane siamo stati bombardati di anglicismi peggio degli abitanti di Falluja. Persino i giornalisti di radio e televisione hanno cominciato a capire che i sondaggi di uscita, gli "exit polls" (e tre) si pronunciano come pollo e non come puuuul, che significa piscina. E dunque formava la divertente immagine di costernati elettori che, uscendo dal seggio, precipitavano in acqua.
Anche le elezioni del Presidente Usa sono occasioni per misurare quanto diffuso, e quanto grottesco, sia ormai da noi lo scimmiottamento somaresco dell'America e dell'inglese. L'italiese è diffuso come il raffreddore d'inverno o come le T-shirt (e quattro) con acronimi di università americane che il portatore neppure conosce o con il logo (e cin... no questo è greco) di gruppi rock. Si parla di "devolution" (e sette) traduzione dell'italianissimo, e latinissimo, "devoluzione". Abbiamo un ministero del "welfare" (e otto) guidato da un ministro padano dello Stato sociale. Ci promettono una buona "governance" (e nove) perché forse "governo" suona troppo burocratico, applicata con "due diligence" (e dieci) che una larga maggioranza dei cittadini vedrà come due carrozze, più che come la dovuta diligenza amministrativa. E se il nostro eroe darà buona prova ai suoi "fan" (e undici), gli sarà evitato il "turn over" (e dodici) che apra la porta a una "new entry" (e tredici), e tributata una "standing ovation", perché dire applauso in piedi sembrerebbe, come dire, troppo pedestre.
Soltanto in Italia, l'allenatore, anche se nato a Pioltello si chiama "mister" (e quattordici).
Chi ha, come me, la dubbia fortuna di poter vedere la Rai dagli Stati Uniti e ascolta i telecolleghi impalarsi su lemmi e nomi che non conoscono, prova desideri furiosi di nazionalismo linguistico, voglie di ritorni a maestre con battipanni da picchiare sulle dita. Sono almeno 25 anni che la parola "Cruise" (e quindici) intesa sia come missile che come Tom, l'attore, è entrata nel discorso collettivo e ancora i telecronisti sono incerti se vada pronunciata "crius", "crois", "craas", quando si dice semplicemente "crus", Tom Crus, missile Crus, come crociera, anche se, devo ammettere, chiamarlo Tommaso Crociera sembrerebbe meno sexy (e sedici). Dick Cheney viene invariabilmente trasferito d'ufficio a Pechino e indicato come "Cini", quando basterebbe avere ascoltato una delle sue molte interviste per sapere che si chiama "Ceni".
Se per nessuno è obbligatorio parlare l'inglese come il principe Filippo o come Tommaso Crociera, per tutti dovrebbe essere obbligatorio avere il pudore della propria ignoranza e l'orgoglio della propria lingua, senza cadere nel fanatismo dei francesi o nel fascismo linguistico. Tradurre "flip flop", l'accusa rivolta a Kerry che significa banalmente "sandalo infradito", quello che sciabatta camminando come ballonzolavano le sue opinioni, è obbiettivamente impossibile. Ma "audience" (e sedici), è il "pubblico"; "share" (e diciassette) è la quota; lo "show" (e diciotto) è lo spettacolo; le "news" (e diciannove) sono le notizie; un "game" (e venti) è un gioco e non ogni pilota di jet (e ventuno) è un "top gun" (e ventidue), anche se la traduzione possibile di top gun (il sommo pistola) potrebbe suonare un po' volgare.
E accenno soltanto al nuovo museo degli orrori linguistici creato dai "computer" (e ventitré) o calcolatori, con il sabba diabolico di "cliccare", "postare", "bloggin'" e "nick", da nickname (e ventiquattro), cioè soprannome. Ma vuoi mettere la figata di avere un nick quando clikki un post in un blog (e venticinque) o in un forum (e ventis..., no, è latino) anziché un miserabile soprannome da usare in un diario elettronico.
Nelle redazioni delle tv americane, ogni mattina circolano note con la pronuncia figurata dei nomi e delle parole straniere che saranno usate nel corso della giornata. Chirac sarà trascritto come Shee-rahk, Al Sistani come Al-Sees-tah-nee, Putin come Poo-teen, Berlusconi, che poveretto non ha un nome facile, come Behr-loo-skoh-nee e Blair, che ha tutte le fortune, come Blair. Naturalmente, può capitare anche a loro di storpiare, ma ci stanno attenti.
Un giovane stagista di Cnn mi chiamò qualche settimana fa per chiedermi aiuto e risolvere un dubbio di pronuncia provocato da notizie inattese venute dall'Italia. Con pazienza di collega e con orgoglio di italiano che finalmente poteva esibire la nostra bella lingua all'estero gli diedi una mano. Si pronuncia così, gli spiegai: "koo-laht-toh-nee". And what the hell does it mean? Lascia perdere.

Questo articolo è stato pubblicato su "D" di Repubblica del 6 novembre 2004.