On Bullshit: siamo minacciati dalle stronzate?

Mi scuso per la parolaccia, ma sia il libro originale che l'articolo di Michele Serra usano proprio questa espressione. Le riflessioni contenute nell'uno e nell'altro sono uno dei motivi per cui ho aperto questo sito. Quindi ve le raccomando.

di Michele Serra

Non per essere pedanti, ma "bullshit", il concetto attorno al quale ruota l'evo contemporaneo secondo la (geniale) analisi di Harry Frankfurt, in inglese non significa "cazzate", ma "stronzate". La traduzione letterale suona dunque come un'aggravante, anche se ilare, del parlare a vanvera, perché le cazzate e il cazzeggio, qui da noi, sono in fondo un'attività veniale, forse perché un Paese latino tiene comunque in grande considerazione il membro maschile e i suoi derivati. (Vedi anche le belinate genovesi, le fregnacce romane, le minchiate siciliane e le monate venete, sempre riferite alla sfera genitale). Mentre farsi uscire di bocca una stronzata indica l'irreparabile natura di scarto delle parole pronunciate, una deiezione che inverte il suo corso ed esce dalla parte meno indicata, quella che è o dovrebbe essere destinata a esprimere pensiero e non a espellere meccanicamente il superfluo e il refluo. La tesi di Frankfurt, riassunta in brevissimo (e sperando di non dire una stronzata), è che il linguaggio della società di massa non prevede più la fatica della menzogna (tipico stratagemma del potere, vedi Bush, Blair e le armi di distruzione di massa). Per mentire, infatti, è comunque necessario fare i conti con la verità, o quantomeno con la realtà, sovvertire un sistema di percezione e di convincimenti, risalire la china della logica e dunque fare lo sforzo di impadronirsene. La stronzata, invece, è trionfalmente gratuita. È un'affermazione che non si fonda sul senso di quanto si sta dicendo, sulla congruità di concetti da confermare o da smentire, che non richiede controprove o pezze d'appoggio, procedimento logico o impegno dialettico. È quel "parlare per dare aria ai denti" che esprime, nel migliore dei casi, solo l'umore, e nei peggiori solo il rumore dell'oratore e dello scrivente, è un segnale di esistenza rudimentale, un "io sono qui" che abbassa fino ai livelli più elementari la soglia di accesso alla udibilità e alla visibilità.

STUPIDITA' DI MASSA

Ovvio che a quasi tutti venga in mente, trattandosi di stronzate, principalmente la televisione, inimitabile espressione della voce della folla, passaggio a Nord-Ovest della (cosiddetta) identità di massa, sportello globale di chi è alla disperata ricerca di un certificato di esistenza. Senza dover scomodare i dibattiti di ogni ordine e grado (così inflazionati da richiedere un casting che non può attardarsi a reclutare persone che sanno quello che dicono), è ormai lo studio televisivo in genere il luogo dequalificato per antonomasia. Ospiti e viceospiti, esperti, cantanti, amici, passanti, comparse, non sentono alcuna necessità di giustificare la loro presenza dicendo qualcosa di qualificante (non importa se intelligente o stupida). La giustificazione del comparire è il comparire stesso, non altro, e dunque fioccano, nell'andirivieni, i "sei simpaticissimo", "complimenti per il tuo lavoro", "ed eccoci qui", "come va la vita?". Stronzate minime, apparentemente inoffensive (meno lesive, cioè, delle stronzate massime che si odono in molti autorevoli dibattiti), in realtà spaventoso svuotamento dello strumento della parola, depotenziata fino al rango infimo di un cicalino che testimonia la propria presenza. Perché si è lì? Quale urgenza ha spinto una persona a esporsi allo sguardo e all'udito di milioni di altre persone? Che cosa si ha, di appena interessante, da aggiungere a quanto già detto, a quanto già noto? È una domanda che non può avere risposta, perché in televisione si va ormai come all'anagrafe, per dimostrare ufficialmente di esistere, e basta dunque dire o fare una stronzata qualunque per espletare la pratica.

LA TV NON HA GIUDIZIO

La menzogna, si diceva, costa fatica. È un lavoro, è un'idea, è un percorso mentale. È una scuola, e, perché no, perfino un criterio di selezione della classe dirigente. La stronzata no, la stronzata è puro metabolismo labiale, è come camminare e respirare. La stronzata è alla portata di tutti. Ne consegue, se Harry Frankfurt ha ragione (e temo che l'abbia), una deduzione molto poco lusinghiera sullo stato delle cose: se si possono dire stronzate impunemente, è perché le griglie del giudizio, il senso critico comune sono stati letteralmente abbattuti dall'urto formidabile della smania di identità di massa. La gente vuole parlare, ha la legittima ambizione di contare, di esprimersi, e in questa sua rincorsa potente e disperata al successo ha travolto ogni possibile ostacolo, come se fossimo tutti alunni di una scuola che garantisce il sei politico a chiunque. I laudatori dell'epoca corrente sostengono che un criterio di selezione, in realtà, c'è, e sarebbe il mercato, il famoso mercato che premia ciò che è utile e castiga il dannoso. Ma non è vero. Il mercato, specie nel campo della comunicazione e della cultura diffusa, non premia ciò che è utile, premia ciò che è facile, ciò che è comodo. E non boccia ciò che è dannoso, ma ciò che è difficile e faticoso. Questo terribile equivoco è ben noto, per esempio, a chi lavora in televisione. Dove le stronzate passano agevolmente ogni possibile esame di produttori e dirigenti (perché, appunto, sono stronzate, inoffensive e comode), mentre ogni minimo azzardo espressivo, ogni richiesta di alzare leggermente il tiro e migliorare il livello, vengono bollati di snobismo, di astrusità, come se fossero concepiti contro il benessere della clientela... Per altro, questo populismo televisivo affonda le sue radici, almeno in Italia, anche nel diffuso e antico spregio piccolo-borghese per la cultura e gli intellettuali, il famoso "culturame" che, piacesse o non piacesse, fece comunque da argine nella Rai monopolista, pedagogica e democristiana: prodiga di menzogne, ma severamente ostile alle stronzate.

IL RISCHIO DEL CONTAGIO

Una griglia, comunque, c'è anche adesso. L'unica superstite. È il giudizio di "comprensibilità", di "popolarità", ed è un giudizio inappellabile. Ma è un giudizio motivato, almeno, oppure è la classica stronzata, la madre di tutte le stronzate che spalanca le porte della comunicazione allo tsunami delle stronzate? Oppure è una delle più efferate menzogne del potere, che risponde al proposito "scientifico", commerciale e politico di mantenere basso, sempre più basso il livello culturale del pubblico, un pubblico bulimico di consumatori di stronzate ben più controllabile di un'opinione pubblica agguerrita e informata? La risposta è difficile, perché è difficile capire se i padroni della cultura di massa siano efferati speculatori, che a casa loro leggono Proust ma alla folla (che disprezzano) elargiscono solo stronzate; oppure siano, a loro volta, così avvelenati dalle stronzate da essere molto simili alla loro clientela. Nel primo caso sarebbero cinici mentitori: sanno che un meglio esiste, ma per la loro clientela infiocchettano il peggio. Nel secondo, sarebbero anch'essi oramai risucchiati nel gorgo immane dell'analfabetismo di ritorno, incapaci di distinguere il bello dal brutto e il prezioso dal dozzinale. Demagogia: questa, comunque, è la parola-chiave. La bonaria, interessata connivenza con le pulsioni basse, la rinuncia alla selezione e alla fatica, il devastante far credere a tutti che tutti possano farcela e "avere successo", miraggio che è alla base di tutte o quasi le peggiori manifestazioni di sub-protagonismo, patetico e umiliante. Triste, molto triste da vedere. Ecco, forse un possibile antidoto sta proprio in quel sentimento (nobile) di umiliazione per conto-terzi che ci prende, a volte, quando sentiamo Tizio o Caio dire stronzate. A volte proviamo rabbia, altre volte indifferenza, ogni tanto, nei nostri momenti migliori, ci vergogniamo, generosamente, per chi non è più in grado di vergognarsi da solo. Il rischio delle stronzate è che siano "divertenti", che cioè il pubblico pensante, o perché stanco di indignarsi o perché reso cinico dal senso di impotenza, sghignazzi assistendo alla figuraccia altrui, e osservi la fenomenologia televisiva come conferma della propria appartata superiorità. Pericolosissimo: le stronzate sono contagiose, esondano lentamente dalle migliaia di bocche che le emettono e infiltrano le menti di tutti, cambiano il paesaggio sociale. Come il fumo passivo, che lo respiri pure tu. Lo sforzo di individuarle, di classificarle, di continuare a definirle per quello che sono, è l'impervio compito che ci attende tutti. Ogni epoca ha le lettere dal carcere che si merita: a noi compete, due o tre volte al giorno, soli davanti al video, pronunciare ad alta voce una delle poche frasi morali della nostra epoca: "Ma questa è una stronzata spaventosa!".

Questo articolo è stato pubblicato su "D di Repubblica" del 17 settembre 2005.