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NUOVI LINGUAGGI - Tra chat, sms ed e-mail, oggi si scrive come si parla. Con sigle, contrazioni e numeri che indicano emozioni e stati d'animo. Per restare sempre agganciati. Con il rischio di non comunicare affatto

di Raffaele Aragona*

Si chiama "Mail Time", ed è un tempo senza tempo. Nel vortice dell'accelerazione contemporanea, viviamo immersi in una rete di tale velocità che non c'è un minuto da perdere. Terrorizzati dall'horror vacui, ci sentiamo obbligati a saturare il vuoto con attività divoratrici di tempo. Non si riesce più a parlare, né a scrivere e, di conseguenza, neppure a leggere. Il filosofo e linguista George Steiner sostiene che è radicalmente cambiata la relazione tra tempo e parola: ora si punta a una comunicazione istantanea, senza alcuna pretesa di memoria, né di perennità letteraria.
Così oggi, ogni contatto inizia con l'ASL, Age Sex Location, la formula con la quale si apre la conversazione in rete per conoscere età, sesso e luogo di provenienza del nuovo interlocutore. E poi si va avanti a furia di parole e frasi abbreviate. Succede nelle chat-room, moderni "salotti" virtuali, dove la conversazione usa un linguaggio a sé: dovendo comunicare in tempo reale attraverso la tastiera, è d'obbligo cercare di risparmiare il maggior numero di battute. E qual è il modo più immediato, se non quello di contrarre il più possibile? Il "siate brevi!", qui, più che un consiglio è una necessità. La comunicazione tende così alla semplificazione del messaggio attraverso una riduzione del numero dei caratteri, con la continua affermazione dell'inglese che ha sempre proposto soluzioni delle quali le altre lingue si sono impadronite immediatamente: basti pensare alle locuzioni contratte come smog (smoke + fog), motel (motor + hotel) e brunch (breakfast + lunch).
La scrittura ordinaria, in quanto comunicazione differita, è priva degli elementi fondamentali del parlato, come intonazione, pause, inflessioni, che sono invece presenti nella comunicazione verbale. Nelle chat line, così come nelle e-mail, convive invece una strana mescolanza tra scritto e orale con riproduzioni del linguaggio parlato e addirittura delle emozioni, degli stati d'animo e delle espressioni facciali. E questo succede anche in misura ridondante, perché il non essere effettivamente presenti libera da una serie di condizionamenti che potrebbero limitare la propria espressività. Se si vuole alzare la voce, basta scrivere a lettere maiuscole, così come può bastare "allungare" vocali o consonanti per esaltare quanto viene "detto". È un linguaggio nuovo, che si esprime con regole non sempre condivise dai linguisti.
Nel suo recentissimo libro, Non c'è tempo! (Bollati Boringhieri), Lothar Baier dedica un capitolo intero allo stile della corrispondenza elettronica: "scrivere questi messaggi, come se si chiacchierasse al telefono ha portato a un incremento degli errori di ortografia e a un pullulare di segni d'interpunzione inseriti a casaccio, che indeboliscono il linguaggio comune".
E se, come affermava Erich Fromm nel suo Psicoanalisi e Buddhismo Zen (riproposto in Italia da Oscar Saggi Mondadori), è vero che "il linguaggio racchiude in sé una certa di-sposizione verso la vita" ed è "indicativo delle modalità del nostro fare esperienza", una sua eccessiva contrazione potrebbe portare a un impoverimento della consapevolezza.
Ma ormai il meccanismo è andato troppo avanti per poter essere fermato. Sono sufficienti poche lettere per dare notizia, esprimere fatti e circostanze. La base rimane l'inglese, con il quale si è passati da semplici formule come PLS (please) a combinazioni più articolate come ROTFL (Rolling On The Floor Laughing, che vale: "rotolarsi per terra dalle risate") o LOL (Laughing Out Loud) per esprimere una risata incontenibile. Altre abbreviazioni, poi, utilizzano forme alfanumeriche: 2DA per today, B4 per before, L8R per later. Con l'italiano non si va tanto al di là di R8 per "rotto", di 3-DO per "tremendo" o 6 usato come verbo ("sei").
Qualcosa di analogo avviene con gli Sms (Short Message Service), che stanno creando una vera e propria rivoluzione nella comunicazione. Al bisogno di comunicare fa riscontro il limite tecnico-commerciale dei 160 caratteri a disposizione, che costringe a un particolare linguaggio contenente abbreviazioni di ogni tipo, come l'ormai abusato MMM (mi manchi molto). Il messaggio può chiudersi con uno SWALK (sigillato con un bacio affettuoso), cui può venir da rispondere GIWIST (Gee, I Wish I'd Said That), che è come dire "ehi, vorrei averlo detto io". L'idea è che, accanto a una comunicazione immediata, si legga anche l'emozione, tutta lì, racchiusa in poche lettere. Non sterili sigle, quindi, ma altri modi per esprimersi ed esprimere quello che si prova, esorcizzando la vergogna di dire frasi per intero, altrimenti troppo impegnative. Si dissacra, si gioca e perché no, ci si crede. Ma senza sbilanciarsi troppo. Anche gli emoticon (gli smile, che da noi si dicono "faccine") aiutano nell'intonazione, per far capire se si sta scherzando, si è tristi, arrabbiati, stupiti o si sta piangendo, mentre si scrivono tutte quelle sigle. Il nuovo codice va ormai diffondendosi anche al di fuori di quei confini definiti e di quelle forme specifiche; l'uso di abbreviazioni e acronimi dilaga in vari campi e discipline, dall'economia alla medicina, dalla burocrazia ad àmbiti anche più ordinari e con termini ormai entrati nell'uso corrente. Il problema, semmai, è quello di capirsi davvero: per qualcuno "cd" vuol dire "Corpo Diplomatico", per altri "compact disk".
Così, se abbreviazioni e acronimi hanno conquistato un loro uso, a volte generano una sorta di omonimia, rischiando confusione o incertezze di interpretazione.
Viene in mente la fantasiosa lettura di SOS come acronimo di Save Our Souls, mentre la sigla sta solo a riprodurre tre lettere dell'alfabeto Morse molto facili da trasmettere: 3 punti, 3 linee, 3 punti. Oggi abbreviare e contrarre continua a essere un'abitudine soprattutto giovanile (o giovanilistica) e - forse per un maggior rispetto della nostra lingua - non è ancora diffusa e accettata: un brandello di parola o di frase è visto come una lacerazione nel bel tessuto della scrittura.
Se forme tradizionali come le ellissi e i sottintesi rientrano nella logica della lingua - anche quella scritta - queste nuove forme di erosione, di troncamento o di accorpamento delle parole, determinate inizialmente dalla fretta, finiscono per creare un gergo che esclude chi non lo conosce.
Ma i sostenitori di questa evoluzione del linguaggio insistono che scrivere così può invece diventare un'attività divertente: abbreviare costringe a essere creativi, a una sorta di gioco che conduce a un recupero del linguaggio scritto nella comunicazione interpersonale.
Il pericolo, tuttavia, esiste: si è più volte ipotizzato che la complessità del ragionare derivi proprio dall'uso della forma scritta. Il rischio è allora che, toccata da tali forme di contrazione, la scrittura possa passare a una condizione di destrutturazione dei contenuti. Creare una forma di neo-esperanto comune, di cui tutti si servono per comunicare con il mondo intero, potrebbe addirittura incidere sulle esperienze affettive. Non tutte le lingue hanno lo stesso numero di parole per indicare uno stato d'animo, una qualità della relazione. È sempre Erich Fromm a sottolinearlo: "Il fatto che l'inglese indichi con il termine love esperienze che vanno dal piacere alla passione erotica, all'amore fraterno e materno, impedisce l'affiorare di esperienze affettive sottili. In una lingua nella quale esperienze diverse non sono espresse da parole diverse, è quasi impossibile che le esperienze del singolo arrivino alla consapevolezza e viceversa... Si può dire che un'esperienza per la quale il linguaggio non ha la parola corrispondente giunge di rado alla consapevolezza". A meno che tutto ciò che passa attraverso questo codice istantaneo non sia altro che un infinito preambolo per arrivare alla storia vera, quella profonda, coinvolgente. Che richiede tempo. Certo più di quello che serve all'uso e allo scambio di luoghi comuni.

*Raffaele Aragona, ingegnere, insegna Tecnica delle Costruzioni all'Università di Napoli. Scrive di enigmi e di ludolinguistica ed è tra i fondatori di Oplepo, Opificio di Letteratura Potenziale. E' autore di numerose opere tra cui: Una voce poco fa - Repertorio di vocaboli omonimi della lingua italiana (Zanichelli, 1994) e La letteratura potenziale (Edizioni Scientifiche Italiane, 2002).

Questo articolo è apparso su DWEB del 12 giugno 2004.